MiL – Messainlatino.it:Presepe 2020 in Piazza San Pietro, Socci: sembra la celebrazione del transumanesimo-et varia

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Mancato miracolo di San Gennaro: anche Marcello Veneziani si interrogaPosted: 18 Dec 2020 12:53 PM PSTAnche il giornalista Marcello Veneziani, come abbiam fatto noi (vedi QUI), ricerca i motivi del mancato miracolo.
Natalino

Fonte facebook (QUI)


Perché questa volta 𝗦𝗮𝗻 𝗚𝗲𝗻𝗻𝗮𝗿𝗼 non ha fatto il miracolo del sangue liquefatto?

Perché è stato sostituito da Maradona e lui si è sentito di troppo; perché è rappresentato da un nuovo arcivescovo sindacalista che crede prima di tutto alla giustizia sociale (e io che ci azzecco, avrà pensato il patrono); o perché la santità è stata rimpiazzata dalla sanità e a questo punto, avrà pensato, proteggetevi da voi, rivolgetevi ad Arcuri? Poi con quei presepi… Certo ne ha di motivi per non sciogliersi, san Gennaro, e per mettere scuorno.Successe pure ai tempi della rivoluzione napoletana del 1799. Il sangue non si sciolse ma i rivoluzionari intimarono al vescovo di annunciare che il miracolo era avvenuto. Così i giacobini, nemici della religione e della superstizione, usarono la fede tramite una fake news per illudere la gente e manipolare il loro consenso…
MV
La forza della Messa tridentina, ancora una volta riconosciuta dal New York Times (l’esempio di San Roch a Parigi)Posted: 18 Dec 2020 12:38 PM PST
Dagli amici di Rorate Caeli (QUI), un articolo interessante sull’attenzione dedicata, ancora una volta, dal New York Times alla Messa tridentina.
Molto bene, tanti piccoli passi verso una diffusione sempre più ampia e capillare.Sulle Messe in rito antico a Parigi  (quante e dove sono) si veda anche il nostro pregresso post QUI.AZ





Rorate Caeli del 11.12.2020
La forza della Messa tridentina,ancora una volta riconosciuta dal New York Times
È sempre incoraggiante vedere i media mainstream osservare la bellezza e la vivacità della Messa tradizionale latina e delle sue comunità. Il New York Times, che ha già citato in precedenza la forza della Messa tradizionale latina in Francia, lo ha fatto di nuovo, questa volta nell’ambito dell’osservazione che le chiese sono gli unici posti dove si può ascoltare musica dal vivo durante le chiusure del coronavirus:

Ogni domenica, a San Rocco, conosciuta come la « chiesa degli artisti », si celebra una messa tridentina, la tradizionale messa latina che è stata la norma fino all’introduzione delle funzioni in lingua volgare alla fine degli anni Sessanta. La Messa tridentina non è esattamente una messa a misura di pubblico: tanto per cominciare, i sacerdoti la celebrano per la maggior parte rivolti verso l’altare, con le spalle ai fedeli.
Tuttavia, ha i suoi affezionati. La folla della prima domenica di dicembre è stata tra le più grandi che ho visto al chiuso dall’inizio della pandemia. Almeno 400 persone hanno riempito San Rocco, con una distanza sociale limitata e nessuna applicazione dalla regole « della mascherina ».


Il pezzo completo (completo dei suoi jab) può essere letto QUI.
Nuovo Dizionario Teologico Internazionale: eliminata la voce « Maria »Posted: 18 Dec 2020 06:30 AM PSTDE MARIA NUMQUAM SATIS… SU MARIA MAI ABBASTANZALuigi
Nessuna voce per Maria, ma così la teologia regredisceLa Nuova Bussola Quotidiana, 2-12-20, Luisella Scrosati

Nell’ultima edizione del Nuovo Dizionario Teologico Internazionale la voce “Maria” (nel 1977 curata da René Laurentin) è stata eliminata. Della Madonna si continua a parlare all’interno di altre tematiche, ma ora manca una sua trattazione unitaria. Un excursus nel Vaticano II può aiutare a capire le radici di questa scelta, che tuttavia va in direzione contraria all’approccio sistematico alla mariologia promosso da una lettera della Congregazione per l’Educazione Cattolica del 1988.– SIGNORA DI TUTTI I POPOLI, STOP ALLA VENERAZIONE, di Ermes Dovico
Lo scorso 18 novembre, David Murgia ha postato sul suo blog una notizia piuttosto preoccupante, indice della chiara direzione di una certa sedicente teologia. Nella recentissima pubblicazione del Nuovo Dizionario Teologico Interdisciplinare è sparita Maria Santissima. Sparita, perché nel Dizionario Teologico Interdisciplinare del 1977, edito in tre volumi da Marietti, del quale il Nuovo Dizionario intende essere idealmente l’erede, la voce “Maria” era ben presente, curata dall’illustre teologo francese René Laurentin.
Dunque, non solo a Maria non è stata dedicata una voce specifica, ma essa è stata volutamente eliminata. Non che non si parli affatto della Madre di Dio, come attesta la presenza di “Maria” nell’indice analitico; ma la si è appunto disseminata all’interno di altre tematiche. Questa “disseminazione” non è di per sé un male: l’inserimento del discorso mariano all’interno delle diverse discipline teologiche è senza dubbio di grande vantaggio per cogliere e approfondire i differenti volti del mistero della Madre di Dio in relazione a Cristo, alla Chiesa, al culto, alla storia della Salvezza, all’escatologia, all’antropologia.
D’altra parte, però, Maria è una persona concreta, vivente, agente per e nella Chiesa; occorre dunque puntare l’attenzione su di Lei per cogliere il nesso armonico delle verità a Lei riferite e per avere nuova luce di riflesso sul mistero di Cristo, della Chiesa, dell’uomo. Come afferma la Lumen Gentium, Maria «riunisce in sé in qualche modo e riverbera i massimi dati della fede» (LG 65).
Questa abolizione di una specifica e tematica riflessione su Maria Santissima è un’involuzione rispetto alla straordinaria fioritura di studi, pubblicazioni, congressi, istituti mariani che si è verificata soprattutto a partire dalla seconda metà del XIX secolo, grazie anche alle numerose apparizioni mariane e alla proclamazione dei dogmi dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione di Maria. La mariologia (o marialogia, come amava chiamarla padre Stefano De Fiores) acquisiva una sempre più marcata e precisa fisionomia, espressa nell’incredibile mole di riviste, dizionari ed enciclopedie pubblicate nel corso dei decenni precedenti il Concilio Vaticano II. A ridosso dell’evento conciliare, nel 1950 e nel 1954, proprio a Roma vennero svolti due Congressi mariani rispettivamente sui temi Alma socia Christi e Virgo Immaculata, i cui atti furono raccolti in oltre trenta volumi.
Tutto era pronto perché il Concilio Ecumenico, indetto da Giovanni XXIII, raccogliesse e presentasse alla Chiesa universale una sintesi strutturata di questo percorso di approfondimento teologico sul mistero di Maria, supporto per nuove indagini della ragione animata dalla fede e alimentata dalla carità. E invece durante il Concilio ci fu un intoppo di non poco conto. Lo schema preparato dalla competente commissione fu proposto al voto dei padri conciliari per poter essere proclamato in occasione della solennità dell’Immacolata Concezione del 1962. Si decise però di rimandare.
Venne realizzato un secondo schema, dal titolo De Beata Maria Virgine Matre Ecclesiae, che trovava maggior consenso, ma, questa volta, la divisione si venne a creare su un altro versante: alcuni padri spingevano perché il documento fosse pubblicato come testo a sé stante e altri perché fosse invece un capitolo del più ampio schema De Ecclesia. Alla votazione dello schema mariano, i padri conciliari si spaccarono letteralmente in due: 1114 voti a favore dell’inserimento del documento mariano in quello dedicato alla Chiesa e 1074 a favore di una sua autonomia. Il risultato fu compromissorio, come tutti possono vedere: a Maria è stato dedicato l’ottavo e ultimo capitolo di Lumen Gentium, come volevano gli “ecclesiotipisti”, ma la sua struttura e il suo contenuto indicano chiaramente la sua genesi autonoma e guardano a Maria, nel mistero di Cristo e della Chiesa, come chiedevano i “cristotipisti”.
L’excursus può forse aiutare a capire le radici storiche di questa crescente tendenza a non voler suffragare una mariologia vera e propria, con la trita e ritrita preoccupazione che si possa in qualche modo finire per percorrere una strada “separatista”. E così per evitare l’abuso si decide di sopprimere l’uso.
Eppure, la Lettera della Congregazione per l’Educazione Cattolica (1988), dal titolo La Vergine Maria nella formazione intellettuale e spirituale, aveva spinto proprio nella direzione di una vera e propria trattazione sistematica del mistero della Vergine Maria: «Considerata l’importanza della figura della Vergine nella storia della salvezza e nella vita del popolo di Dio, e dopo le indicazioni del Vaticano II e dei Sommi Pontefici, sarebbe impensabile che oggi l’insegnamento della mariologia fosse trascurato: occorre pertanto dare ad esso il giusto posto nei seminari e nelle facoltà teologiche» (§ 27). A questo approccio si affiancherà anche quello interno alle altre discipline teologiche: «Inoltre i vari docenti, in una corretta e feconda visione interdisciplinare, potranno utilmente rilevare nello svolgimento del loro insegnamento gli eventuali riferimenti alla Vergine» (§ 29). L’uno e l’altro.
Spiace dunque che in un dizionario teologico si sia scelto di percorrere una direzione contraria. Non è questione periferica: in gioco c’è la fede cattolica nella sua integrità, perché, come ricordava il grande teologo e futuro cardinale, Leo Scheffczyk, «non ci si può meravigliare che la fede specificamente cattolica regredisca e quasi si atrofizzi, quando diminuisce la comprensione di Maria come sommo esponente dell’Incarnazione di Dio. Così non esiste nessuna verità che sia più vicina al mistero della vita e dell’azione trinitaria di Dio, più vicina al complesso sovrannaturale di Dio trino, redenzione e grazia, che la verità mariana» (in Maria, crocevia della fede cattolica, Eupress, 2002, p. 46).
Covid, a Natale i sacerdoti potranno celebrare fino a quattro MessePosted: 18 Dec 2020 03:11 AM PSTCon decreto Prot. N. 597/20, firmato in data 16 dicembre dal Prefetto card. Robert Sarah e dall’Arcivescovo Segretario Arthur Roche e pubblicato poco fa sul proprio sito internet, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti «vista la situazione innescata dalla diffusione mondiale della pandemia, in forza delle facoltà attribuite a questa Congregazione dal Santo Padre Francesco, volentieri concediamo all’Ordinario del luogo – per motivi del perdurare del contagio generale con il cosiddetto Covid-19 – di consentire quest’anno nel periodo natalizio di celebrare quattro Messe nel giorno di Natale, nel giorno di Maria Santissima Madre di Dio [dellottava di Natale, nella forma straordinaria] e dell’Epifania ai sacerdoti residenti nelle loro diocesi, ogni volta che lo ritengano necessario a beneficio dei fedeli».A norma del Codice di diritto canonico, in caso vi sia scarsità di preti, il vescovo «può concedere che i sacerdoti, per giusta causa, celebrino due volte al giorno e anche, se lo richiede la necessità pastorale, tre volte nelle domeniche e nelle feste di precetto». Tre è pertanto il numero massimo.Ora con questo decreto – e soltanto in occasione di queste particolarissime feste in tempo di pandemia – si aggiunge per i giorni di Natale, del primo dell’anno (festa di Maria Santissima Madre di Dio, nella forma ordinaria, o ottava di Natale, nella forma straordinaria) e dell’Epifania la possibilità di celebrare anche una quarta messa, così da moltiplicare le possibilità per i fedeli di prendervi parte sempre nel pieno rispetto delle normative anti-Covid.

Riportiamo il primo commento di Nico Spuntoni pubblicato oggi sulla Nuova Bussola Quotidiana.L.V.
Natale, ogni sacerdote potrà celebrare fino a quattro Messe
Per favorire la partecipazione dei fedeli in tempo di Covid, il prefetto della Congregazione del Culto divino, Robert Sarah, ha firmato un decreto che dà ai vescovi la possibilità di consentire ai sacerdoti di celebrare quattro Messe per le solennità di Natale, Maria SS. Madre di Dio ed Epifania. Permesse altre concessioni nei giorni feriali (due Messe), nonché nelle domeniche e feste di precetto (tre Messe).

Nelle stesse ore in cui il Governo prepara misure ulteriormente restrittive in vista dei giorni festivi e prefestivi che sembrano spianare la strada ad una sorta di lockdown natalizio tra il 24 dicembre e il 3 gennaio, si muove la Congregazione del Culto divino per agevolare e mettere in sicurezza la partecipazione dei fedeli alla liturgia. In un decreto firmato dal cardinale prefetto, Robert Sarah, e dal segretario, l’arcivescovo Arthur Roche, viene concesso all’«Ordinario del luogo, per motivi del perdurare del contagio generale con il cosiddetto Covid-19, di consentire quest’anno nel periodo natalizio di celebrare quattro Messe nel giorno di Natale, nel giorno di Maria Santissima Madre di Dio e dell’Epifania ai sacerdoti residenti nelle loro diocesi, ogni volta che lo ritengano necessario a beneficio dei fedeli».
Il Codice di Diritto Canonico al canone 905 sancisce che «non è consentito al sacerdote celebrare più di una volta al giorno», affidando all’Ordinario del luogo la facoltà, «nel caso vi sia scarsità di sacerdoti», di «concedere che i sacerdoti, per giusta causa, celebrino due volte al giorno e anche, se lo richiede la necessità pastorale, tre volte nelle domeniche e nelle feste di precetto».
L’Ordinamento Generale del Messale Romano permette che «nel Natale del Signore tutti i sacerdoti» per «motivi particolari, suggeriti o dal significato del rito o dalla solennità della festa» possano «celebrare o concelebrare più volte nello stesso giorno». Fu Papa Alessandro II a decretare il divieto delle celebrazioni ripetute nello stesso giorno, mettendo fine ad una consuetudine inaugurata a partire dal pontificato di Leone III e incontrando il favore di san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae. Papa Innocenzo III confermò la decisione del suo predecessore, regolandone anche le eccezioni nel giorno della Natività e in caso di gravi necessità: nel 1204, intervenendo su una pratica d’uso antico (se ne parlava già nei sacramentari di San Gelasio e San Gregorio Magno) e comune soprattutto nelle città ma generalmente riservata ai vescovi, prescrisse che ogni sacerdote potesse celebrare tre Messe nel giorno di Natale.
La trinazione della Messa nella solennità del Natale simboleggia la nascita eterna dal Padre, quella terrena da Maria e quella spirituale nel cuore dei giusti per mezzo della carità. Il decreto della Congregazione del Culto divino concede così un’eccezionale deroga al numero massimo di Messe da celebrare il 25 dicembre ma anche l’1 e il 6 gennaio.
L’aumento del numero delle celebrazioni era stata la strada indicata lo scorso marzo dalla Conferenza episcopale polacca per scongiurare il pericolo di assembramenti nelle chiese e, al tempo stesso, per non sospendere il diritto alla libertà di culto come avvenuto altrove. In Italia, nonostante la stretta annunciata dal Governo tra la Vigilia e Capodanno, l’accesso alle funzioni liturgiche non sarà impedito e le disposizioni del cardinale Robert Sarah intendono favorire la partecipazione e la sicurezza dei fedeli in un momento in cui si avverte più che mai il bisogno di immergersi nel Mistero della nascita del Signore.
Presepe 2020 in Piazza San Pietro, Socci: sembra la celebrazione del transumanesimo.Posted: 17 Dec 2020 09:30 PM PSTUn articolo di Antonio Socci, riportato dal Blog di Sabino Paciolla.Già dal 20 novembre scorso avevamo segnalato l’orrida bruttura  del presepe esterno alla Basilica di S. Pietro: QUI altri post sui presepi degli anni scorsi, persino con palestrati para gay e depilati QUI e QUIQUI un altro post sul presepe di Star Trek.QUI  MiL sul « presepe Pachamama ».QUI un commento della Bussola.Tremendo.Luigi

[…]
Il presepe allestito quest’anno in piazza San Pietro fa discutere. Non pochi, del popolo cristiano, lo trovano “brutto”, intendendo dire, con ciò, che in un presepio con quelle figurazioni stravaganti (o extraterrestri) c’è qualcosa che non va.
Si dirà che è un giudizio soggettivo. Ma “vox populi, vox Dei”. Sostenere – da parte vaticana – che ognuno ha i suoi gusti, non è una risposta accettabile, in questo caso, perché non siamo in una galleria di arte moderna o a una mostra d’avanguardia.
Non si discute il valore artigianale dei manufatti e l’abilità degli autori (che si può ben riconoscere), ma la scelta del Vaticano. Il presepio della piazza San Pietro è in un contesto religioso, ha lo scopo di richiamare la venerazione dei fedeli per la nascita del Redentore, dunque deve rispondere a un codice liturgico, deve stare in una tradizione iconografica cristiana che per secoli – da Giotto ai popolari presepi napoletani – ha sempre reso riconoscibile, al popolo, il racconto evangelico del Natale di Gesù. E in questo caso non è affatto chiaro.
In contesti diversi questa rappresentazione può avere il suo valore, ma in una collocazione natalizia, davanti a San Pietro, appare fuori luogo. Non si può sconcertare i fedeli con una “arte d’avanguardia” che poi, in realtà, è degli anni Settanta. Forse l’attuale Vaticano predilige una rappresentazione che data agli anni Settanta, perché quella è esattamente la collocazione ideologica della Chiesa attuale.
Erano gli anni disastrosi del postconcilio, quando il cattoprogressisimoimperversava e voleva sostituire la dottrina e il pensiero cattolico con sociologismi rimasticati presi a prestito dal pensiero marxista. L’ossessione della modernità produsse anche abusi liturgici surreali, ma soprattutto voleva archiviare la tradizione e quella grande bellezza che era fiorita in due millenni nell’alveo della Chiesa. Una delle caratteristiche del cattoprogressismo fu proprio la negazione del senso estetico.
Con Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI la Chiesa ritrovò se stessa, la sua tradizione e il suo senso estetico, anzitutto nella liturgia, di pari passo con la dottrina.
Papa Bergoglio, ideologicamente, si è formato nell’America Latina degli anni Sessanta e Settanta e si è sempre caratterizzato per un approccio sociologico alla realtà. Non si ricorda nulla – di questi otto anni di pontificato – che manifesti una sua particolare sensibilità estetica o artistica. Anzi.
Memorabile fu l’episodio del “Gran concerto di musica classica dell’Anno della Fede”, nell’Aula Nervi, il 22 giugno 2013. Il Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione aveva organizzato questo “grande evento”, in cui l’Orchestra sinfonica della Rai e il Coro dell’Accademia di Santa Cecilia avrebbero eseguito la Nona sinfonia di Beethoven, nell’ambito dell’Anno della Fede voluto da Benedetto XVI.
Tutto era pronto: grande folla, telecamere, al centro la poltrona per il Papa, ma all’ultimo momento l’arcivescovo Fisichella, presidente del Pontificio consiglio, intervenne e comunicò che papa Bergoglio non sarebbe venuto perché aveva da fare. Fu subito chiaro che si sentiva estraneo a quell’evento.
Anche le “immagini” che hanno segnato le tappe del suo pontificato hanno più a che fare con l’ideologia che con l’arte e l’estetica cristiana.
Basti pensare alla “terribile” statua rossa di Lutero che fu posta nell’Aula Nervi nell’ottobre 2016 o al discusso omaggio di Evo Morales che fu immortalato fra le mani e al collo di Bergoglio: falce e martello con crocifisso annesso. O alle statuette, tipo idoli, del recente Sinodo amazzonico. Figure certamente d’impatto dal punto di vista ideologico, ma non certo sul piano estetico e dell’arte cristiana.
Eppure, nei suoi duemila anni di storia, la Chiesa ha riempito il mondo di bellezza, di opere d’arte di ogni genere. Perché – come insegna san Tommaso d’Aquino – “la bellezza è lo splendore della verità”.
L’arte cristiana nasce proprio dal Natale, quando la Bellezza e la Verità eterne si fanno carne. Da quando Dio si è fatto uomo, l’essere umano è stato esaltato infinitamente. Ecco perché l’arte cristiana da duemila anni ha superato la proibizione biblica della raffigurazione e celebra artisticamente l’Uomo-Dio e lo splendore dell’uomo e del creato.
Dice il teologo russo Pavel Edvokimov: “ciò che è bello è la presenza di Dio fra gli uomini”. Con la scristianizzazione degli ultimi secoli, dall’inizio del Novecento, lo smarrimento esistenziale ha prodotto anche la dissoluzione della “forma” nell’arte e quindi del “personaggio uomo” e della bellezza. Le avanguardie si sono dedicate con particolare accanimento a questa demolizione.
“Distruggere nella letteratura l’io. L’uomo… non offre assolutamente più interesse alcuno”, proclamava nel 1912 Filippo Tommaso Marinetti. E Franz Marc – che insieme a Vassilij Kandinskij fondò nel 1911 il Blaue Reiter – denunciava “l’uomo come ‘brutto’” e alla fine “ripugnanti” tutte le cose create: “solo ora d’improvviso ho pienamente coscienza della bruttezza della natura, della sua impurità”.
Una deriva gnostica che caratterizzerà tutto il Novecento. Spazzando via la forma, si spazza via la bellezza. “L’abolizione della bellezza” osserva Schuon “è la fine dell’intelligibilità del mondo”.
E’ l’esatta antitesi del realismo del cristianesimo. Il problema del presepio di piazza San Pietro dunque non sta nel suo valore artigianale-artistico, ma nel fatto che le figure umane sembrano automi, astrazioni simboliche, non fanno riconoscere i personaggi del racconto evangelico, ma sembrano la celebrazione del transumanesimo.
Mentre il presepio, come lo concepì san Francesco, è il realistico racconto della concretissima nascita di Dio in forma umana, è l’esaltazione divina della carne umana e la glorificazione delle umili persone e delle povere cose create della vita quotidiana, compresa una stalla, la paglia, una mangiatoia il bue e l’asino. Non sono simboli, ma realtà concrete illuminate dall’infinito amore di Dio fatto uomo.

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